
Il tennis è conosciuto come lo sport delle seconde occasioni, per vincere devi sempre fare due punti consecutivi e perso un punto puoi rimediare al successivo. Questo è vero quando il game viene giocato con i vantaggi ma, purtroppo, da qualche anno il mondo del tennis ha conosciuto lui: il killer point, un altro subdolo nemico del tennista di periferia (come se non ce ne fossero già abbastanza…).
Il punto secco (nei regolamenti federali viene chiamato “no ad”, contrazione di “no advantage”) sembra una cosa da amatori. In realtà è stato accolto nel mondo del professionismo (ingentilito col nome “deciding point”): prima come esperimento nelle ATP Next Gen Finals e poi come “ospite fisso” nei tornei di doppio.
Il killer point è stato inventato per noi comuni mortali con lo scopo di velocizzare le partite dei tornei di circolo. L’obiettivo è evitare ritardi incalcolabili nei tornei e poter facilitare la conclusione delle partite all’interno dell’ora di prenotazione. In pratica, quando il punteggio arriva a 40 pari, niente più vantaggi: chi vince il punto, vince il game. Fine. Una roulette russa con la racchetta in mano.
L’impatto del Killer point nella vita del tennista di periferia
Ed è lì che inizia il dramma. Perché fino a quel momento hai giocato dignitosamente ed hai persino sfoderato un paio di colpi da piccolo Federer di provincia. Poi arriva il killer point e il tuo braccio diventa improvvisamente un pezzo di legno, la pallina pesa come una palla medica e il campo si riduce alle dimensioni di un francobollo.
Il bello del punto secco, però, è che tira fuori il lato più teatrale del tennis amatoriale. Il ribattitore che sceglie il lato da cui giocare il punto e chi sta al servizio che cerca la concentrazione facendo rimbalzare la palla all’infinito. Il punto viene giocato evitando accuratamente i rischi ma finiamo col regalare il punto all’avversario col più banale degli errori.
Tutto questo va ad arricchire la mitologia del circolo. In cima al campionario troviamo il punto secco perso con un doppio fallo. Si sprecano le storie sul game vinto grazie a un nastro fortunoso o al punto decisivo giocato in maniera svogliata perché “questo non è tennis”. Ma a dominare la scena è sicuramente la mitica partita dove hai preso l’ovetto (perdendo quindi a “0”) ma tutti i game sono stati persi al killer point.
Alla fine, forse, il killer point è il vero maestro di vita del tennis dilettantistico. Ti insegna che non puoi sempre avere una seconda chance e che a volte si decide tutto in un istante. Non esiste allenamento al mondo capace di prepararti alla pressione di quell’unico scambio. O meglio, esiste ma costa meno accettare il killer point e riderci sopra.