
Quando si parla di squadre leggendarie di Coppa Davis, la mente corre subito agli Stati Uniti di McEnroe, alla Svezia di Wilander ed Edberg, all’Australia infinita. Ma negli anni ’90 e nei primi 2000, nel panorama tennistico mondiale apparve una formazione che, pur non vincendo trofei, conquistò gli appassionati con un mix irripetibile di talento, cuore e spirito pionieristico: lo Zimbabwe dei fratelli Black.
In un continente in cui il tennis ha sempre lottato per emergere, schiacciato dal predominio di calcio, atletica e rugby, vedere una piccola nazione africana farsi strada tra i giganti fu un miracolo sportivo. E quel miracolo aveva un cognome molto semplice: Black.
Byron, Wayne e Cara: una famiglia, tre storie e mezzo mondo di risultati

Byron Black e Wayne Black furono i pilastri di quella nazionale. Due fratelli completamente diversi ma complementari: Byron, più estroso e creativo, capace anche di ottenere ottimi risultati in singolare (arrivò al numero 22 del mondo); Wayne, preciso, glaciale, maestro nel doppio, disciplina nella quale arrivò fino al numero 4 del ranking ATP.
Entrambi cresciuti sui campi di Harare, non proprio l’epicentro planetario del tennis, si fecero largo con una combinazione di tecnica, intelligenza tattica e una resilienza che sembrava scolpita nel DNA di chi, per raggiungere il circuito, deve viaggiare migliaia di chilometri e fare i conti con risorse limitate.

E poi c’era Cara Black, la loro sorella minore, una delle più forti doppiste della storia del tennis femminile: numero 1 del mondo, tre Slam, un talento nel gioco di volo così naturale da far sembrare tutto semplice. Una dinastia tennistica in piena regola, nata in un paese dove trovare un maestro qualificato era già un’impresa.
Lo Zimbabwe in Davis: il piccolo che sfidò i giganti
Il momento più memorabile dell’avventura dei fratelli Black in Coppa Davis arrivò nel 1998, quando lo Zimbabwe affrontò la forte Australia di Hewitt e Rafter. Una sfida che, sulla carta, sembrava chiusa prima ancora di iniziare. Ma il campo, si sa, a volte ama prendersi gioco dei pronostici.
Byron Black fece l’impresa battendo Pat Rafter, fresco finalista di Wimbledon. Mentre Wayne lottò come un leone. Il doppio dei due fratelli, ormai celebre per affiatamento e coraggio, si dovette arrendere ai mitici Woodies (Todd Woodbridge e Mark Woodforde). Il 2-1 in favore degli australiani fu ribaltato nella giornata finale e lo Zimbabwe staccò il pass per i quarti di finale.
Ai quarti di finale la corsa si fermò proprio in Italia contro la nostra squadra capitanata da Paolo Bertolucci.
Quello Zimbabwe non avrebbe mai vinto la Davis, ma conquistò il cuore degli appassionati. Era una squadra che portava freschezza, novità, entusiasmo. Una favola africana in un mondo dominato da superpotenze sportive.
Un tennis africano in piena trasformazione
Negli stessi anni, il continente africano viveva un momento interessante nel tennis. Il Sudafrica produceva campioni come Wayne Ferreira e Amanda Coetzer; il Marocco lanciava in orbita El Aynaoui e Arazi. Ma lo Zimbabwe era diverso: non aveva impianti moderni, non aveva grandi sponsor, non aveva scuole tennis all’avanguardia.
Aveva però una famiglia che aveva deciso di provarci davvero. Il padre, Don Black, era un ex tennista in attività quando lo Zimbabwe era una colonia inglese ed era conosciuto con il nome di Rhodesia. Fu lui a puntare sui figli ed a costruire nella sua proprietà un centro sportivo con 5 campi da tennis: 4 in erba e 1 in cemento.
I fratelli Black erano la dimostrazione vivente che la passione, la disciplina e una visione chiara possono spostare montagne (e vincere match che sembravano impossibili). La squadra era seguita da un pubblico caloroso, rumoroso, orgoglioso di vedere i propri ragazzi sfidare e mettere paura ai colossi del tennis.
Curiosità
– I Black sono considerati tra i migliori interpreti del doppio “old school”: servizio slice, risposta bloccata, gioco di volo puro, senza fronzoli.
– Byron possedeva un rovescio a una mano fluido e rapidissimo, mentre Wayne era un vero metronomo: se la palla tornava da quella parte del campo era meglio attrezzarsi.
– In Zimbabwe, per anni, i campi in cemento più diffusi erano talmente veloci da favorire il serve&volley. Non è un caso che i Black fossero così forti nel gioco d’anticipo.
– I loro viaggi per i tornei erano spesso “avventure logistiche”: coincidenze improbabili, voli lunghissimi, racchette che non arrivavano mai.
Un’eredità unica
Oggi lo Zimbabwe non è più protagonista nel tennis internazionale, ma l’eredità dei fratelli Black rimane fortissima: sono stati pionieri, ambasciatori, icone per molti giovani africani che sognavano di prendere in mano una racchetta.
Per noi tennisti amatoriali, la loro storia ricorda una verità semplice e potente: non conta da dove parti, non contano le condizioni. Conta la voglia di provarci e di crederci davvero.