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Roscoe Tanner, l’uomo che serviva più veloce del destino

Roscoe Tanner

C’è stato un tempo in cui il tennis non aveva ancora gli autovelox. Le velocità del servizio erano più leggenda che scienza, eppure c’era un nome sul quale sembravano essere tutti d’accordo: Roscoe Tanner.

Si raccontava che il suo servizio fosse talmente veloce da non lasciarti il tempo di vedere partire la palla. Sentivi il rumore, quello sì. Un colpo secco, quasi uno schiocco. Poi alzavi lo sguardo e la pallina era già alle spalle dell’avversario.

Oggi siamo abituati a vedere servizi oltre i 230 chilometri orari quasi ogni settimana. Negli anni Settanta, invece, Tanner sembrava arrivato dal futuro.

Mancino, lancio di palla bassissimo, movimento essenziale, nessun gesto superfluo. Una frustata.

Per qualcuno il servizio più bello, per molti il più veloce. Per tutti un incubo da ribattere.

Il problema è che il tennis ha il brutto vizio di ridurre le persone a un dettaglio.

Così Roscoe Tanner è diventato “quello che serviva fortissimo“, dimenticando che, se fosse stato soltanto un bombardiere, non avrebbe mai vinto gli Australian Open, né avrebbe raggiunto una finale a Wimbledon.

Non solo servizio

Nel 1979, su quel prato che allora rappresentava il centro del mondo tennistico, dall’altra parte della rete c’era Björn Borg. Borg era il ghiaccio, Tanner il fulmine.

Per un set sembrò persino possibile che il fulmine potesse incendiare Wimbledon. Tanner vinse il primo parziale al tie-break e costrinse Borg a rincorrere una partita che tutti davano già scritta.

Poi il campione svedese fece quello che fanno i campioni e rimise ogni cosa al proprio posto.

Tanner non era né elegante né poetico. Era semplicemente devastante.

Eppure, come accade spesso nel tennis, il colpo che ti rende famoso rischia di diventare anche la tua prigione. Per anni Tanner è stato identificato quasi esclusivamente con quel servizio. Come se tutto il resto fosse un dettaglio.

Ma il resto, purtroppo, è stato molto più complicato.

Finita la carriera, arrivarono i problemi economici, le cattive scelte, gli assegni scoperti, le truffe, il carcere.

Fa impressione pensare che un uomo capace di mettere in difficoltà il più grande giocatore della sua epoca non sia riuscito a trovare un equilibrio lontano dal campo.

Del resto il tennis è uno sport crudele. Ti insegna a vincere davanti a ventimila persone ma non ti insegna cosa fare quando le luci si spengono.

Ogni circolo ha il suo Tanner

Possiamo trovare un po’ di Tanner anche nei campi di perfieria.

Perché ogni circolo ha avuto il suo bombardiere.

Quello che arriva, si scalda tre minuti e poi prova a fare ace anche sulla seconda. Quello che considera lo scambio una fastidiosa perdita di tempo.

Quello che, appena qualcuno gli dice “gioca una palla in più“, risponde con lo sguardo di chi ha appena ricevuto un insulto personale.

Ne conosciamo tutti uno. Magari ha un servizio che funziona davvero, magari no.

Ma nella sua testa ogni partita dovrebbe durare quattro colpi: servizio, risposta, volée e stretta di mano.

Naturalmente la realtà è un’altra. La seconda di servizio finisce sulla recinzione, la volée esce di un metro e al cambio di campo parte sempre la stessa frase. “Se entravano le prime non c’era partita.

Forse è proprio questo il bello del tennis. Anche i campioni finiscono, senza volerlo, per assomigliare ai giocatori della domenica.

Con le loro ossessioni, illusioni e occasioni mancate.

Roscoe Tanner aveva un’arma che sembrava poter risolvere qualsiasi partita.

La vita gli ha dimostrato che non bastava.

Puoi avere il servizio migliore del mondo ma prima o poi la pallina ti torna sempre indietro.

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