
Nel tennis non esistono solo campioni che lasciano un segno per vent’anni, ne esistono alcuni che riescono a conquistare l’immaginazione degli appassionati in pochi mesi. Alberto Mancini è uno di questi.
Se oggi chiedessimo a molti giovani tennisti chi fosse, probabilmente otterremmo sguardi perplessi. Eppure, nella primavera del 1989, il suo nome era sulla bocca di tutti. Per qualche settimana sembrò che il tennis mondiale avesse trovato una nuova stella destinata a dominare la terra battuta.
Aveva vent’anni, veniva dall’Argentina e possedeva tutte le caratteristiche che, all’epoca, facevano pensare a un futuro da protagonista. Solido da fondo campo, combattivo, abituato alle lunghe battaglie sulla terra rossa, sembrava il prodotto perfetto della scuola sudamericana.
Ma il bello del tennis è che spesso le storie più affascinanti non seguono i percorsi prestabiliti.
La stagione di Mancini non iniziò sotto i riflettori. Non era il favorito dei giornali e non apparteneva ancora al gruppo dei grandi nomi del circuito. Davanti a lui c’erano giocatori molto più celebrati, campioni già affermati e personaggi che monopolizzavano le copertine.
Poi arrivò la primavera.
A Montecarlo, uno dei tornei più prestigiosi del calendario sulla terra battuta, Mancini iniziò a vincere. Un turno dopo l’altro, una partita dopo l’altra, fino ad arrivare in finale contro Boris Becker. Non un giocatore qualsiasi, ma uno dei dominatori del tennis mondiale.
Mancini vinse.
Già questo sarebbe bastato a rendere speciale la sua stagione.
Ma non era finita. Pochi giorni dopo si presentò agli Internazionali d’Italia di Roma. Anche lì continuò a sorprendere tutti. Raggiunse la finale contro un giovanissimo Andre Agassi, il volto nuovo del tennis americano, e diede vita a una battaglia memorabile.
Agassi arrivò a un passo dalla vittoria. Ebbe persino un match point. Mancini riuscì a salvarsi.
Poi ribaltò l’incontro e conquistò il titolo.
Nel giro di poche settimane aveva battuto Becker e Agassi nelle finali di due dei più importanti tornei del mondo sulla terra battuta.
Per gli appassionati era nato un nuovo protagonista.

I giornali iniziarono a parlare di lui come di uno dei favoriti per il Roland Garros. Gli addetti ai lavori lo indicavano come uno dei giocatori più in forma del circuito. La sua classifica salì rapidamente fino alla Top 10 mondiale.
Sembrava l’inizio di una lunga storia. Invece, guardando oggi quella carriera con il senno di poi, viene spontaneo pensare a quanto sia sottile il confine tra una grande stagione e una grande leggenda.
Mancini non scomparve. Non fu un meteora nel senso più estremo del termine. Vinse tornei importanti, raggiunse il numero 8 del mondo e costruì una carriera che moltissimi professionisti avrebbero sognato.
Eppure, quando si parla di lui, il pensiero corre sempre a quell’estate. A quei mesi in cui sembrava poter battere chiunque. A quel momento irripetibile in cui tutto funzionava.
Forse è proprio questo che rende la sua storia così vicina al tennis che viviamo ogni giorno nei nostri circoli. Perché, in fondo, ogni tennista custodisce il ricordo della propria estate perfetta.
C’è chi l’ha vissuta in quarta categoria vincendo tornei ogni fine settimana. Chi ha infilato una serie di vittorie inattese. Qualcuno ha raggiunto una classifica che sembrava impossibile. Altri, semplicemente, hanno giocato per qualche mese il miglior tennis della propria vita.
Nei circoli si incontrano continuamente piccoli Alberto Mancini. Si parte dal maestro che per una stagione non perde mai una partita a squadre per poi passare al veterano che a cinquant’anni ritrova colpi che sembravano perduti. C’è anche il giovane che domina un’estate intera e lascia intravedere un futuro luminoso.
Magari nessuno di loro arriverà mai a giocare Montecarlo o Roma. Nessuno batterà Becker o Agassi davanti alle telecamere di tutto il mondo. Ma il sentimento è lo stesso, perché il tennis è fatto anche di momenti e di stagioni che non si ripetono. Spesso si tratta solo di settimane in cui la palla sembra entrare sempre, il braccio è leggero e ogni partita regala la sensazione che qualcosa di speciale stia accadendo.
La storia di Alberto Mancini ci ricorda proprio questo: non tutti possono diventare Federer, Nadal o Djokovic; ma tutti, almeno una volta, possono vivere la loro estate perfetta.
E forse è questo il motivo per cui, a distanza di oltre trent’anni, vale ancora la pena ricordare l’eroe di quell’estate del 1989.