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Il Giocatore del Futuro: quello che giocherà meglio domani

Giocatore Futuro

C’è una categoria di tennisti amatoriali che meriterebbe uno studio approfondito, possibilmente finanziato dalla FITP e condotto da un’équipe di psicologi, biomeccanici e almeno un maestro di pazienza infinita. Sono quelli che non giudicano mai il proprio tennis per quello che è oggi. Lo giudicano per quello che sarà. Il loro tennis, infatti, non è mai veramente presente. Vive in una dimensione parallela, un luogo misterioso dove il diritto entra sempre, il rovescio viaggia lungolinea con naturalezza e il servizio, prima o poi, smetterà di essere quella specie di lancio della monetina che conosciamo tutti. È il Giocatore del Futuro.

Un campione in costruzione permanente

Il Giocatore del Futuro è un uomo di grandi prospettive. Oggi perde 6-2 6-3 contro uno che considera tecnicamente inferiore, ma non è questo il punto. Sta lavorando su alcune cose. Il maestro gli ha cambiato l’impugnatura, sta cercando di anticipare la preparazione e deve ancora sistemare il lancio di palla. Quando tutto sarà a posto, sarà un altro giocatore.

Quando, esattamente, non è dato sapere.

Potrebbe essere a gennaio, dopo la preparazione invernale. Oppure in primavera, quando la terra sarà più asciutta e le gambe gireranno meglio. In alternativa, dopo aver cambiato racchetta, corde e tensione. Perché è difficile esprimere il proprio potenziale con un attrezzo che non asseconda il progetto tecnico.

Intanto, il suo avversario ha vinto.

Ma è una vittoria provvisoria, quasi amministrativa. Il Giocatore del Futuro ha perso la partita di oggi, non quella che giocherà tra sei mesi. E soprattutto non quella che potrebbe giocare tra un anno, quando il suo tennis avrà finalmente raggiunto la maturità che gli spetta per diritto naturale.

Lavorare in prospettiva

Il problema non è migliorare. Migliorare è bellissimo, ed è probabilmente uno dei motivi per cui continuiamo a giocare a tennis anche dopo aver scoperto che il nostro rovescio non diventerà quello di Wawrinka e che il nostro servizio non intimidirà mai nessuno, se non il telone.

Il problema è trasformare il miglioramento in una specie di promessa a tempo indeterminato.

Il Giocatore del Futuro non dice: «Oggi ho giocato male, devo capire perché».

Dice: «Sto costruendo».

Non importa cosa. Costruisce.

Se perde perché sbaglia troppo, sta lavorando sulla continuità. Se perde perché non spinge, sta lavorando sull’aggressività. Se prova a spingere e sbaglia, sta lavorando sulla gestione del rischio. Se decide di giocare più prudente e perde comunque, sta cercando il giusto equilibrio tra contenimento e iniziativa.

Ogni sconfitta trova così una collocazione rassicurante nel grande piano di sviluppo personale. Il risultato diventa un dettaglio, un incidente di percorso, una nota a margine di un progetto ambizioso.

Il bello è che questo progetto non prevede mai una data di consegna.

Il giorno in cui tutto funzionerà

Prima o poi, naturalmente, arriverà il momento.

Il diritto sarà fluido, il rovescio stabile, il servizio affidabile. La preparazione sarà automatica, i piedi sempre nella posizione giusta e la testa libera da inutili pensieri. Il Giocatore del Futuro entrerà in campo e, finalmente, giocherà come sa di poter giocare.

È una prospettiva meravigliosa. Anche perché nessuno ha mai visto davvero quel tennis, ma tutti ne conoscono le potenzialità.

Nel frattempo, però, bisogna pur giocare. E giocare significa anche scoprire che il diritto continua a scappare lungo, che il rovescio si accorcia nei momenti importanti e che, sul 5-4 del terzo set, tutta la teoria accumulata negli ultimi dodici mesi può evaporare in quattro errori consecutivi.

È qui che il Giocatore del Futuro rischia di trovarsi in difficoltà: perché il presente, a differenza del futuro, pretende delle risposte.

Il presente è un avversario scomodo

La verità è che il tennis amatoriale non concede molte vie di fuga. Alla fine c’è un punteggio, un avversario dall’altra parte della rete e una pallina che bisogna mandare di là. Non importa quanto sia promettente il nostro percorso, quante lezioni abbiamo fatto o quanto sia elegante il movimento che stiamo cercando di assimilare: la palla arriva adesso, e adesso bisogna giocarla.

Questo non significa rinunciare a migliorare o smettere di lavorare sui propri limiti. Significa accettare che il tennis che abbiamo oggi è l’unico con cui possiamo scendere in campo. Il resto è un’ipotesi, magari fondata, magari ottimistica, qualche volta decisamente fantasiosa.

Forse il vero salto di qualità consiste proprio nel riuscire a giocare con quello che siamo, senza aspettare di diventare qualcun altro. Imparare a vincere con un diritto imperfetto, a costruire uno scambio con un rovescio che non ci convince, a trovare soluzioni dentro i nostri limiti anziché considerarli sempre provvisori.

Perché il tennis non è soltanto il risultato di ciò che impariamo. È anche la capacità di usare quello che abbiamo imparato quando le cose si complicano.

E poi, diciamolo, c’è qualcosa di profondamente umano nel nostro bisogno di rimandare la resa dei conti con la realtà. Il tennista amatoriale non è soltanto uno sportivo: è anche un uomo che cerca di proteggere l’immagine che ha di sé. Accettare di essere un discreto quarta categoria può essere molto più difficile che immaginarsi un futuro terza categoria.

Il futuro, almeno, non ha mai chiesto il conto.

Domani è un altro allenamento

Il Giocatore del Futuro continuerà a esistere. Comprerà racchette, cambierà corde, prenderà lezioni e scoprirà nuovi esercizi. Ogni tanto vincerà una bella partita e penserà che finalmente qualcosa si sta sbloccando. Poi perderà con uno che non dovrebbe batterlo e tornerà a spiegarsi che il lavoro deve ancora dare i suoi frutti.

E forse va bene così. Il tennis amatoriale vive anche di queste illusioni, delle ambizioni sproporzionate e di quella testarda convinzione che la prossima volta sarà diversa.

Purché, ogni tanto, ci si fermi a guardare il campo senza filtri.

Perché il Giocatore del Futuro, a furia di inseguire il tennis che verrà, rischia di trascurare quello che ha tra le mani. E magari scoprirà, tra qualche anno, di essere diventato molto bravo a prepararsi per giocare meglio, senza essersi mai concesso il lusso di giocare davvero.

La prossima volta, allora, proviamo una cosa rivoluzionaria: entriamo in campo, giochiamo con quello che sappiamo fare e cerchiamo di vincere. Il futuro può aspettare. L’avversario, invece, ha già iniziato il riscaldamento.

Poi a ogni fine stagione potremo dire: «questa stagione è andata, la prossima sarà quella buona».

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